La stanza di carta

Dove si parla di grilli, di marciapiedi sadici, di principesse furbe, di strane coincidenze, di divinità invadenti e tante tante altre storie.
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martedì, 26 aprile 2005
Sincronicità

Prendetevi 5 minuti di tempo, tirate un bel respiro e cominciate a leggerlo, ma siate buoni... è il mio primo racconto lungo.
Un abbraccio
DP

Aprì il rubinetto dell'acqua tenendo il bicchiere sotto di esso e in quell'esatto momento si spense la luce. Proprio in quel preciso, esatto momento. La cosa lo divertì molto, anche perchè non era uscita neanche una goccia d'acqua. Che buffo, pensò: apri il rubinetto e si spegne la luce. Comunque visto che l'acqua non usciva tanto valeva richiuderlo, il rubinetto, altrimenti quando fosse tornata non avrebbe mai smesso di scorrere. Chissà dov'era andata a finire poi, l'acqua.
Rimise a posto il bicchiere e girò la manopola sotto la sua mano destra in senso antiorario, nella cucina semibuia: il televisore del salotto si accese in quel preciso momento. Buffo, pensò. Forse era tornata la corrente... In cucina però la luce mancava ancora e la piccola stanza continuava a rimanere immersa nella semioscurità. Chiudi l'acqua e si accende il televisore, pensò. Poi s'avvicinò all'interruttore della luce della cucina e lo fece scattare: in quel preciso ed esatto momento, si accese la radio. A tutto volume. Fastidioso... i vicini non avrebbero apprezzato affatto la cosa.
Dunque ora se spegni la luce si accende la radio. Buffo. Uscì dalla cucina con molta cautela, senza toccare nient'altro. Passando per il corridoio però fece scattare l'interruttore della luce con la mano. In realtà non aveva avuto intenzione di farlo, era un movimento abituale. Comunque non fu la luce ad accendersi, ma in compenso dal rubinetto della cucina cominciò a scorrere dell'acqua. Bene. Lo schema si cominciava a rivelare. Tornò in cucina, riprese il bicchiere e lo mise sotto il getto d'acqua fresca. Poi bevve lentamente, per assaporare per bene la sua piccola vittoria. La radio e la televisione intanto continuavano a riempire di rumore la casa.
Tornò nel corridoio e fece scattare di nuovo l'interruttore della luce, per chiudere il rubinetto dell'acqua. La cosa però non sembrò avere alcun effetto. Allora tornò in cucina, dove la luce era ancora spenta, e il rubinetto dell'acqua era evidentemente aperto... forse. Cioè, dal rubinetto usciva ancora dell'acqua ma dato che la causa non era più legata all'effetto, o perlomeno non all'effetto sullo stesso oggetto, non si poteva mai dire.
Ripassò quello che aveva imparato fino a quel momento: Apri il rubinetto e si spegne la luce, chiudi il rubinetto e si accende il televisore, chiudi la luce (della cucina) e si accende la radio, accendi la luce (del corridoio) e si apre il rubinetto.
Si fermò per un attimo, fiero di sè, apprezzando la precisione della propria memoria.
Ora però c'erano un paio di cose che lo preoccupavano. Primo: lui aveva spento la luce (del corridoio) e non aveva idea di cosa fosse successo, e dove. Secondo, molto più preoccupante: la televisione era ancora accesa mentre il rubinetto era ancora aperto, o almeno così sembrava, visto che l'acqua continuava ancora a uscire.
Prima di proseguire nel suo ragionamento, volle tornare in cucina e verificare sperimentalmente se il rubinetto fosse aperto o chiuso, ignorando la circostanza del tutto secondaria, che da esso continuava a uscire dell'acqua, perciò provò a girare il rubinetto in senso orario, come se avesse dovuto aprirlo, ma il rubinetto non si mosse di un millimetro. Questo dimostrava che era effettivamente aperto. In un certo senso la cosa lo metteva un pò a disagio, perchè la corrente elettrica è un qualcosa di impalpabile, e un televisore o una radio non si muovono se vengono accesi o spenti, mentre quel rubinetto doveva essersi mosso da solo, e all'improvviso, quando lui aveva "acceso" la luce del corridoio.
L'ammirevole freddezza con cui stava accettando la situazione, cominciava a svanire. Andò in camera da letto per non farsi distrarre dall'acqua che continuava ad uscire, dal televisore che continuava a parlare e dalla radio che continuava a suonare.
Lì riprese a riflettere sul secondo dei problemi.
Lui ora sapeva che: chiudi il rubinetto e si accende il televisore.
Ma ora che il rubinetto era aperto, cosa sarebbe successo chiudendolo mentre il televisore era GIA' ACCESO? L'idea che le nuove regole potessero essere così complesse lo preoccupava. Anche se, in definitiva, era tutta una questione di abitudine. Fin da piccoli, ci siamo abituati al fatto che ci siano delle regole che legano cause ed effetti anche se apparentemente separati l'uno dall'altro: premi un pulsante sul piccolo telecomando, e in fondo alla stanza e si accende il grosso televisore. Vedi? Sembra quasi magia, ma un bambino lo accetta subito, e impara a farlo da solo dopo un paio di volte che glielo mostri. Peccato che una simile velocità di apprendimento, e una tale elasticità mentale con il tempo vadano perse. Tornerebbero utili, quando arriva il momento in cui le regole cambiano, come ora. Forse era il caso di cominciare a prendere appunti, almeno all'inizio. Con l'abitudine sarebbe diventato tutto più facile, più istintivo.
Ora poteva sentire le fioche grida e il rumore che veniva dagli altri appartamenti impazziti. Per qualche ragione, quelle stupide manifestazioni di panico lo infastidivano molto più del frastuono di radio e televisione, ma lo confortava perlomeno l'idea che i vicini, impegnati a trovare lo schema di funzionamento dei propri appartamenti, non sarebbero venuti nel suo, per protestare per il volume troppo alto.
Prese un piccolo block notes e una penna e cominciò ad appuntare quello che aveva imparato finora.
Tornò a pensare al problema numero uno. Non fù vigliaccheria la sua. Semplicemente aveva deciso di affrontare i problemi per gradi, a cominciare da quelli più semplici. Gli sembrava fosse l'approccio più razionale. Fece un giro per la casa cercando di capire cosa fosse cambiato, dopo che lui aveva spento la luce (del corridoio).
La cosa non sembrava aver avuto alcun effetto, ma lui per prudenza appuntò diligentemente la cosa sul block-notes, come quinta regola, in una pagina che aveva intitolato appunto "Regole". Allora: Spegni la luce (del corridoio) e ...?
Le prime quattro regole però erano ormai note: Apri il rubinetto e si spegne la luce (della cucina), chiudi il rubinetto e si accende il televisore, chiudi la luce (della cucina) e si accende la radio, accendi la luce (del corridoio) e si apre il rubinetto. Solo la quinta regola era ancora ignota, per ora.
Bene. Scoprì che il fatto di aver cominciato a mettere per iscritto le nuove regole, lo tranquillizzava. Restavano ancora aperti, però, i problemi uno e due.
Ripassò ancora quello che aveva imparato. Il fatto di aver: aperto e chiuso il rubinetto, e di aver acceso e spento la luce (del corridoio), senza che questo avesse influito rispettivamente sull'acqua (della cucina) o sulla luce (del corridoio) dimostrava che: Invertire una causa non inverte più l'effetto su uno stesso oggetto, ma causa un nuovo effetto su un altro oggetto. In altre parole se il fatto di aver acceso la luce dell'ingresso ha avuto l'effetto, poniamo, di accendere lo stereo, non bisogna sperare di poter spegnere lo stereo spegnendo la luce dell'ingresso.
Annotò diligentemente la cosa in una nuova pagina del block-notes che intitolò: "Grandi regole". Poi gli venne il desiderio di sapere cosa sarebbe successo ad accendere la luce dell' ingresso. La cosa lo cominciava a divertire: la sua casa era diventata un territorio inesplorato, una foresta vergine di cui lui aveva appena cominciato a stendere una mappa. Magari tra qualche ora avrebbe fatto delle fotocopie del suo block-notes e le avrebbe date ai suoi stupidi vicini in preda al panico. Entrò nell'ingresso e fece scattare l'interruttore della luce (dell'ingresso). E all'improvviso ci fù dolore. Capì immediatamente cosa fosse successo. Dimenticando la prima delle Grandi Regole, fece febbrilmente scattare di nuovo l'interruttore, mentre le gambe cominciavano già a cedergli. La cosa ebbe però solo l'effetto di spegnere la radio. Ormai non aveva più tempo di fare altre prove,  ma la sua esperienza poteva ancora essere utile a qualcun altro. Sfogliò le pagine del notes, e appuntò con le ultime forze, sulla pagina delle Regole, le nuove scoperte 6 e 7: Spegni la luce (dell'ingresso) e la radio si spegne. Accendi la luce (dell'ingresso) e il cuore si ferma. Fine.

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giovedì, 21 aprile 2005
La principessa e il rospo

Dedicata a tutti i rospi del mondo... e ad una principessa che non lo saprà mai.
Buon divertimento.

Una principessa sedeva tutta sola ai bordi di un campo. Un rospo saltellò verso di lei e le disse - Se mi baci mi trasformo in un principe -.
La principessa lo baciò e il rospo si trasformò in un rospo più muscoloso, di un verde più acceso e con un piccolo mantello azzurro legato intorno al collo tozzo e squamoso. Da quel giorno la principessa non volle più uscire dal castello per la vergogna, perchè ogni sera, dal bordo dello stagno, il suo principe  le cantava la serenata e tutti i contadini del villaggio ridevano di lei.

Una principessa sedeva tutta sola ai bordi di un campo. Per uno strano caso era la sorella dell'altra principessa, ed era molto più furba di lei.
Un rospo saltellò verso di lei e le disse - Se mi baci mi trasformo in un principe -.
La principessa disse: - Ti bacerò se mi prometti che ti trasformerai in un maschio - e il rospo promise.
Non appena lei lo baciò, il rospo si trasformò in un bellissimo neonato biondo e con gli occhi azzurri, avvolto in un panno del colore del cielo.
Da quel giorno, per badare al suo principe, la principessa non potè più uscire dal castello, perchè appena se ne allontanava lui piangeva così forte da svegliare tutti i contadini del villaggio.

Una principessa sedeva tutta sola ai bordi di un campo. Per uno strano caso era la sorella dell'altra principessa, ed era molto più furba di lei.
Un rospo saltellò verso di lei e le disse - Se mi baci mi trasformo in un principe -.
La principessa disse: - Ti bacerò solo se mi prometti che ti trasformerai in un uomo adulto - e il rospo promise.
Non appena lei lo baciò, il rospo si trasformò in un vecchietto di ottant'anni, con il bastone e un paio di pantofole azzurre.
Da quel giorno la principessa non potè più uscire dal castello, perchè al suo principe interessava solo vedere la televisione e tutti i contadini del villaggio sparlavano di lei.

Una principessa sedeva tutta sola ai bordi di un campo. Per uno strano caso era la sorella dell'altra principessa, ed era molto più furba di lei.
Un rospo saltellò verso di lei e le disse - Se mi baci mi trasformo in un principe -.
La principessa si rimboccò le maniche della sua candida veste e disse: - Ti bacerò solo se mi prometti che ti trasformerai in un uomo della mia stessa età, di bell'aspetto, con la carta di credito, un castello di tua proprietà, un cavallo bianco, un pony bianco di scorta, nessun figlio a carico, celibe, di buon carattere, amante degli animali, romantico, astemio e non fumatore, bravo a letto, e... - e quì la principessa si fermò, perchè doveva tirare il fiato.
Il rospo disse: - Non ti sembra di chiedere troppo, al primo appuntamento? - e saltellò via libero e felice.

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martedì, 19 aprile 2005
Racconto nero

Camminava sul marciapiede lungo una buia strada di periferia, completamente solo.
A volte qualche rara automobile sfrecciava nella notte a poca distanza da lui, illuminando brevemente la scena. Solo allora, la luce di quei fari gli svelava gli ostacoli lungo il cammino, per pochi preziosi secondi nei quali lui cercava freneticamente di memorizzarne la posizione.
Davvero una pessima serata: prima la solita lunga riunione di lavoro in ufficio, poi la sua grossa auto improvvisamente a secco di benzina, il suo cellulare scarico, quella lontana stazione di servizio deserta che aveva dovuto raggiungere a piedi e ora anche quel dannato blackout, che l'aveva colto quando era ancora a metà strada, con la tanica di benzina nella mano. All'improvviso i lampioni e le luci dei palazzi lontani, s'erano spente: restavano solo le stelle ad illuminare la notte, con una fioca luce che in realtà non rivelava nulla.
Da allora lui avanzava così, nel buio, su quel marciapiedi ingombro d'ostacoli: lo spazio era terribilmente ristretto ed a volte la presenza degli alberi che crescevano lì nel mezzo, lo obbligava ad abbandonarlo e percorrere brevi tratti di strada.
Erano quelli gli attimi che odiava di più. La strada cha aveva a fianco, perfettamente liscia, doveva essere stata asfaltata da poco, mentre il marciapiede era vecchio e pieno di buche e rendeva molto faticoso procedere, ma era sicuramente più sicuro. Alla fine però arrivò di fronte al grosso albero: una quercia che occupava l'intero marciapiedi, avvistata già da un pò, grazie alla luce biancastra dei fari dell'ultima vettura.
Tese l'orecchio per ascoltare i rumori della notte ma la strada ora sembrava silenziosa e non si scorgeva nessun'auto, così si spostò sulla sinistra, scendendo dal marciapiede. Fece due rapidi passi sull'asfalto piatto e liscio, tenendo prudentemente la mano destra appoggiata sulla corteccia della quercia e le rughe del tronco presero a solleticargli il palmo, mentre ne seguiva la circonferenza. Poi le sue dita si staccarono dall'albero per un breve momento, mentre faceva un altro passo. Si accostò nuovamente sulla destra cercando con il piede l'orlo del marciapiede: non c'era. Non c'era affatto.
Esitando, fece ancora un altro passo: il bordo del marciapiede contimuava a sfuggirgli.
Forse era giunto ad un incrocio o forse, dopo l'albero, la strada aveva curvato sulla destra e lui non se n'era accorto.
La cosa migliore era tornare indietro, perciò si voltò, fece due lunghi passi e allungò la mano nel buio davanti a sè, in cerca della quercia amica. Che non c'era più.
Sentì i capelli rizzarglisi dietro la nuca, mentre agitava invano il braccio a destra e a sinistra. Una vocina stridula dentro la sua testa, prese a sussurrare una cantilena ossessiva: "La-quercia-non-c'è-più, la-quercià-non-c'è-più, la-quercia-non-c'è-più...". La mise a tacere rabbiosamente, girò di novanta gradi sulla sinistra e tenendo il braccio teso camminò avanti per qualche passo ancora, in cerca del bordo del marciapiede. Che non c'era.
Si accorse solo allora di quanto stringesse a sè la tanica unta, proprio sulla sua giacca costosa, e la scostò rabbiosamente cercando di riflettere.
Il buio ora era assoluto ora e non c'erano più auto in vista, perciò decise di continuare a muoversi. Così, esitando, deviò leggermente a sinistra e cercò ancora e inutilmente il marciapiede. Il terreno che sentiva sotto i piedi era liscio e nuovo, quindi lui era ancora sulla strada... forse proprio nel mezzo! Fece qualche altro passo inutilmente. Strinse a sè la tanica di benzina e per un attimo pensò persino di versarne un pò del contenuto e usarlo per fare luce, ma si rese conto che poi non avrebbe avuto i mezzi per accenderla.
Il marciapiede doveva essere lì a pochi metri, ma dove? Si voltò di nuovo con l'intenzione di raggiungere il punto di prima, ma poi cambiò idea e iniziò a percorrere quella che sperava fosse una traiettoria a spirale. Era difficile capirlo, lì al buio.
Intorno a lui non c'era nulla, tranne la strada liscia che sentiva sotto i piedi: buio per sempre, in ogni direzione.
Lanciò rabbiosamente la tanica lontano da sè, nella notte. La sentì rimbalzare alcune volte mentre cadeva non troppo lontano. Ne udì ancora per un pò il contenuto sciabordare da una parte all'altra e poi fermarsi, come a sfidarlo di essere raggiunta, ma ebbe subito la certezza che pur cercandola non l'avrebbe mai più trovata. La sua camminata intanto divenne più veloce.
Pensò di chiamare aiuto con il cellulare, ma ricordò che era scarico e che comunque non avrebbe avuto chi chiamare, allora gettò rabbiosamente l'inutile apparecchio ai propri piedi e lo schiacciò con la scarpa senza rimorso.
Riprese a camminare, poi irrazionalmente cominciò ad accellerare il passo, le braccia tese di fronte a se, alla ricerca di un ostacolo che non c'era. Possibile che fosse giunto ad un incrocio, senza accorgersene? Sentendo ancora l'asfalto liscio e nuovo sotto i suoi piedi, svoltò a destra senza una vera ragione e camminò a lungo, di nuovo senza incontrare alcun ostacolo.
Si slacciò nervosamente la cravatta di seta e la lasciò cadere dietro di sè, senza fermarsi. Poi si tolse anche la giacca. Il rolex al suo polso era un peso troppo grande e lo rallentava: allora lo slacciò e lo lasciò cadere al suolo dietro di sè, insieme alla giacca.
La camminata divenne una corsa. Correva nel buio, mulinando scompostamente le braccia, un urlo silenzioso nella testa e la pelle bagnata di un sudore freddo. Correva.
Correva incoscentemente nella notte buia, sotto le luci delle stelle lontane, satellite perso nelllo spazio. Corse ancora e poi ancora...
A volte, ridendo, si divertiva a cambiare direzione, voltando ora a destra ora a sinistra senza mai rallentare.
Continuò a correre, incurante di tutto e finalmente libero.
E finalmente il buio lo accolse, lo abbracciò e lo inghiottì. Si riunirono come due amanti da troppo tempo separati.

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Il grillo della mezzanotte

Apro il blog con questo piccolo post, ricordo di una sera di molti anni fà.
Trattatela bene, è una storia vera.

In un prato che era un piccolo giardino, schiacciato tra due case vicine, c'era un grillo. E aveva un problema.
Lui era il solo e unico grillo della mezzanotte. In effetti era l'unico grillo di tutto quel prato, in quell'unico giardino. E cercava inutilmente la sua grilla (la femmina del grillo, si chiama ovviamente grilla... E zitti.) E così sera, dopo sera, dopo sera, cantava...
Uno strano effetto acustico faceva sì che il suo canto rimbombasse fortissimo tra le case, e io lo sentivo sempre. Iniziava puntualmente a mezzanotte e sera, dopo sera, dopo sera, cantava.
Perchè lui era il grillo della mezzanotte. E perchè cercava la sua grilla.
Ed era bellissimo osservare la sua costanza. Perchè sera, dopo sera, dopo sera, cantava quel suo canto dolcissimo e forte. Sera, dopo sera, dopo sera. Sempre a mezzanotte. Perchè lui era il grillo della mezzanotte. E perchè era solo.
Finchè una sera, sentii qualcosa di diverso.

Un suono. Un suono nuovo... E' un rumore soffocato e ritmico: Tuff... tuff... tuff...
Stupito, mi alzo dal letto e mi affaccio lentamente alla finestra. E lì... nel mezzo di un prato verde, sgombro come un sipario, illuminato dalla luce della luna... vedo una scena romantica e strana: Il mio vicino di casa, in mutande, mentre salta su e giù sul prato, tentando di schiacciare quel cavolo di grillo della mezzanotte che, beh... lo svegliava SEMPRE.

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