La stanza di carta

Dove si parla di grilli, di marciapiedi sadici, di principesse furbe, di strane coincidenze, di divinità invadenti e tante tante altre storie.
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lunedì, 26 settembre 2005
L'intervento

Sono in partenza per una breve vacanza, e per una settimana sarò lontano dal blog, perciò vi lascio questo lungo racconto che iniziai a scrivere dopo gli ultimi attentati di Londra. Ho preferito pubblicarlo solo ora però, dopo qualche aggiustamento. Spero vi piaccia.
Per un pò non tirerò altri sassi al cielo... con il prossimo racconto tornerò al surreale puro, promesso ;)
Un saluto a tutti voi
DP


Un giorno le regole cambiarono. Una decisione divina, senza dubbio, tanto salomonica quanto discutibile, decretò che venissero fusi insieme dopo ogni delitto, vittima e carnefice. La dinamica fu presto chiara: quando un uomo si rendeva responsabile della morte di un altro, immediatamente l'anima della vittima si risvegliava nella testa del suo assassino. E da lì poteva udire e vedere tutto ciò che l'assassino vedeva, e poteva fargli udire la propria voce immateriale. Ma non poteva in alcun modo controllarne il corpo. E non poteva più uscirne, finchè l'assassino fosse rimasto vivo.
Le guerre cessarono immediatamente. Era difficile premere un grilletto, quando un attimo dopo ci si sarebbe ritrovati l'anima del soldato ucciso a urlare insulti dentro la propria testa. Anche i grandi generali non dormivano più tranquilli, perchè a volte le anime delle vittime risalivano l'intera catena gerarchica in cerca del maggior colpevole, e un comandante che avesse dato l'ordine di bombardare un villaggio, si poteva ritrovare qualche ora dopo con un vero coro urlante nella testa. Gli omicidi e moltissimi altri reati diminuirono in modo impressionante, tuttavia, il numero degli assassini "posseduti" continuava ad aumentare.
Era facile scoprirli. Avevano tutti lo sguardo stravolto e il volto pallido di chi non dorme da giorni, e continuavano a imprecare, supplicare e discutere ininterrottamente, parlando apparentemente al vuoto. Alcuni di loro poi, ospitavano persino più di un anima.
Intanto il papa e i rappresentanti di tutte le religioni del mondo, si erano chiusi in un assoluto riserbo mentre continuavano a sfogliare i rispettivi testi sacri con crescente nervosismo, senza venire a capo di nulla. Per un pò la situazione sembrò stabilizzarsi, poi riprese a peggiorare.
Lo scoprì per primo un uomo, che era solo un mite pensionato. Mentre era nella propria auto, all'improvviso, una voce che non era la sua nacque al centro della sua testa. Le prime parole che fece udire furono forse le più scontate: - Dove sono? Dove sono?
L'uomo fù preso da un terribile sgomento... sapeva cosa gli era appena successo, ma non ci voleva credere - No, no, ma come è possibile? Io..., io vado a messa tutte le domeniche, io... - e continuò a balbettare così per un bel pò, finchè incredibilmente fu " l'altro" che dovette calmarlo. Pochi minuti dopo era in corso una cauta conversazione.

- ...mi permetta di dirle, professor Trappati, che ammiro la sua compostezza. Lei stà affrontando una prova ben più pesante della mia, dopotutto lei... - e quì l'uomo si fermò imbarazzato.
- Io sono morto, sì. Ma ho avuto ben più tempo di lei per prepararmi, professor Giusti. Io sapevo di dover morire presto.
- La prego, mi chiami Aldo.
- E tu chiamami Giacomo, ti prego. Le formalità non hanno più molto senso tra di noi.
- Con piacere, Giacomo. - Il professor Aldo Giusti aveva sollevato meccanicamente la mano, ma la fermò a mezz'aria, un pò imbarazzato, quando si rese conto che non c'era niente da stringere. Tentò di mascherare il gesto con una grattatina sull'ampia fronte stempiata, ma si rese conto subito dell'inutilità della cosa. All'improvviso, scoppiarono a ridere contemporaneamente, ed era davvero una cosa strana sentire la risata di Giacomo, così calda e amichevole, dentro la sua testa. Negli ultimi tempi era diventato un pò sordo, eppure le parole di Giacomo le sentiva forte e chiaro. E l'altro rideva con lui, e non di lui. Di questo ne era certo. Tra i due si stabilì subito un forte senso di cameratismo, malgrado i dubbi che ancora li dividevano.
- Io però davvero non capisco. Ci deve essere stato un errore. - volle dire Aldo - Sono solo un insegnante di Latino in pensione, non sono mai stato un uomo violento, e sono certo di non aver mai fatto male ad anima viva. - e nel dirlo si torceva le mani, imbarazzato e confuso.
- Io sono... ero un insegnante di greco. Avevo già smesso di insegnare da alcuni anni, a causa delle mie condizioni di salute. Quando sono trapassato mi trovavo ricoverato al San Crispino di Roma, già da molti mesi.
- Ma allora... allora come posso essere stato io? Io abito a Latina, e non sono mai stato a Roma in vita mia!
- Per giunta io non mi sono mai recato a Latina. E'strano davvero.
Aldo si sdraiò sul sedile della sua automobile, che fortunatamente non aveva fatto in tempo a mettere in moto. Si rese conto di quanto la scena potesse apparire strana, vista dall'esterno. O forse i passanti che l'avevano visto parlare da solo, senza alcun cellulare in mano, avevano subito capito, e ora magari si erano già convinti che lui fosse uno di quegli assassini!
- Non sono un assassino! - gridò all'improvviso.
- Aldo, calmati, ti prego. Sò che non lo sei, io sono morto di cancro.
- Cosa? Ma allora, allora, come è possibile? Io non avevo mai creduto davvero a questa storia delle possessioni, ma ora cosa devo pensare?
- Calmati, Aldo. Perchè non esci dalla macchina? Un pò d'aria fresca ti farà bene, è molto che siamo chiusi quà dentro.
- Forse sì, è meglio. Non mi sento molto bene.
- Ma forse dovevi andare in qualche posto, e io pur non volendo ho interrotto i tuoi piani...
Giovanni continuava a parlare, e il suo tono ragionevole ebbe ben presto un effetto tranquillizzante. Aldo si rese conto che le domande dell'altro volevano solo essere un modo per rassicurarlo. - Niente di importante, davvero, stavo solo andando in edicola - rispose.
- In edicola? In automobile?
- E' una mia debolezza, lo sò, ma con gli anni sono diventato pigro. Però guido sempre lentamente, e non avrei mai corso rischi. E poi ho ben poche occasioni di uscire di casa, ormai. Il resto della mia giornata lo passo davanti alla televisione o a passeggiare nei giardini.
- Credo, di cominciare a capire, forse. Ma no, non importa... forse non lo sapremo mai con certezza.
- Giacomo ti prego, io devo sapere!
- Forse sbaglio, Aldo.
- Non importa, dimmelo ti prego, amico mio. Anche un ipotesi sarà meglio di nulla.
- Quegli scienziati alla televisione, parlano tanto dell'inquinamento prodotto dalle auto, che ormai nessuno ci fà più caso...
- Le polveri sottili? - lo interruppe Aldo, stupito - Ma io abito a Latina... No. continua, ti prego...
- ...Sarà stato il vento, Aldo. Le particelle che hanno dato inizio alla mia malattia, forse venivano dalla tua auto. Ma questo non potremo mai saperlo con certezza.
- ...
- Aldo, se pure così fosse, sappi che io non ti considero responsabile di tutto questo neanche moralmente. Anche io usavo spesso la mia auto, pur senza una reale necessità e sapevo, come tutti, degli effetti dell'inquinamento. Tutti lo sappiamo, e tutti continuiamo a guidare.
- Giovanni... amico mio... - Tanto era la necessità di stringerlo a sè, che Aldo si abbracciò da solo, un pò goffamente. Così sperava che almeno la sensazione sarebbe giunta a quell'uomo gentile, così vicino e così irraggiungibile, che ormai già considerava il suo unico amico. Mentre si abbracciava, sentiva gli occhi umidi di lacrime. Era stato solo per così tanto tempo...

Il bello è che i due uomini avevano indovinato, anche se non ne ebbero mai la certezza. La cosa però non ebbe mai molta importanza per loro.
Dopo un bel pò di casi simili tuttavia nessuno ebbe più dubbi e quando la notizia si cominciò a diffondere la gente fù presa dal panico.  Auto, camion, navi, aerei... ogni mezzo era inquinante in qualche misura, perciò alla fine si fermarono tutti e fu il caos. Biciclette e auto elettriche non sarebbero state mai sufficenti, ormai milioni di persone non potevano più raggiungere il posto di lavoro e le merci non arrivavano a destinazione.
Fù subito chiaro che il genere umano non si sarebbe mai potuto adattare a questo, ma i casi di possessione che continuavano a moltiplicarsi a migliaia ribadivano che ora era considerato un assassino anche chi fosse solo indirettamente responsabile di una morte. Per di più le cause di molte nuove possessioni non erano ancora chiarite. Alcuni casi fecero uno scalpore terribile... un monaco di clausura che non aveva mai avuto la patente in vita sua, si ritrovò ben tre anime nella testa: una diciottenne di Forlì, un ragioniere di Padova, e una guida alpina Abruzzese. Malgrado le intensissime ricerche che si concentrarono sulla sua monotona vita, dopotutto era entrato in convento giovanissimo, non si riuscì assolutamente a stabilire il nesso tra lui e le tre morti.

L'umanità in preda al panico si rivolse ai propri capi religiosi e loro, infine, dopo lunghe ricerche avevano trovarono la persona giusta: una bambina buona. Una bambina dagli occhi verdi.
Le spiegarono a lungo cosa doveva fare e la portarono al centro di un grande edificio. Fuori dalla stanza chiusa, si assiepavano ansiosi preti e suore di tutte le fedi. Dietro di loro stavano i politici e dietro ancora i generali. Seguivano poi i giornalisti e per ultima una folla immensa di persone comuni, quasi tutte disarmate.
Fuori dalla stanza e molto lontano da lì, erano in migliaia a seguire gli eventi a distanza, con l'orecchio sudato incollato al proprio telefono cellulare: alcuni di loro tenevano un dito su un pulsante, altri una mano su una ricetrasmittente, altri ancora erano soli nella propria tenda con un intero esercito fuori ad attenderli. C'era chi era seduto in un bunker, chi dietro una scrivania e chi era sdraiato su una collina con un fucile in mano e il dito sul grilletto. E nessuno, proprio nessuno di loro voleva essere colto di sorpresa.
E dentro la stanza chiusa, sola ma non proprio, stava la bambina buona. La lezione gliel'avevano fatta ripetere cento volte, ormai sapeva a memoria quello che doveva dire. Così fissando il vuoto aggiunse - ...E così m'hanno detto di dirti che è meglio che torni a non fare nulla, come prima... - E ora qualcosa nell'aria, sembrò emettere un lungo sospiro.
- Ora posso tornare ai miei giochi, Signore?
Fuori della stanza, un mucchio di persone si chiedevano quasi la stessa cosa.

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mercoledì, 14 settembre 2005
L'ascensore

Decisamente le vacanze sono durate un bel pò più del previsto, ma oggi la Stanza di Carta riapre ufficialmente le sue fragili porte con questo nuovo racconto, che spero molto vi piaccia. Scusate, a volte sono un pò lento a ripartire...
Le divinità eventualmente in ascolto possono ri-cominciare a preoccuparsi. Con loro ho appena iniziato.
I miei amati lettori, invece si possono rilassare e seguirmi in questo nuovo viaggio... In ascensore, stavolta ;)

Un abbraccio a tutti
Mi siete mancati
:DP

Nota: Questo racconto è stato illustrato, a cura di 3m4


Una luce bianca lampeggiava sull'indicatore, man mano che il vecchio ascensore saliva cigolando verso il tredicesimo e ultimo piano.
Lampeggiò per un attimo dietro il numero 4 mentre Luca, annoiato, distoglieva lo sguardo.  In un altro momento la vide raggiungere il numero 10, poi tornò a guardarla nel momento in cui passava dal 2 al 3, senza notare la stranezza della cosa, forse perchè era Lunedì e in ufficio lo attendeva un mucchio di lavoro. La luce intanto lampeggiava dietro il numero 8 mentre l'ascensore continuava a salire, ma Luca prese finalmente coscienza della situazione solo quando vide chiaramente l'indicatore raggiungere di nuovo il tredicesimo piano per poi ricominciare dal primo senza la minima esitazione, mentre la cabina continuava imperterrita a salire.
Dopo un certo tempo le porte si aprirono di scatto e un angelo entrò nell'ascensore.
Era indubbiamente un angelo, perchè sulla schiena aveva due grandi ali bianche, che malgrado fossero ripiegate, sporgevano con grande evidenza oltre le sue spalle. Aveva anche lunghi capelli biondi e un viso dai lineamenti regolari, indossava una tunica bianca ed era a piedi nudi.
Nel momento in cui entrò, un cielo perfettamente azzurro e luminoso fu visibile per un attimo dietro di lui, seminascosto dal suo corpo e dalle grandi ali, poi l'improvviso richiudersi degli sportelli dell'ascensore ricreò la solita atmosfera di grigio imbarazzo.
I loro corpi si sfiorarono per un attimo e l'angelo borbottò qualcosa, scostandosi leggermente, poi tossicchiò un paio di volte e nel frattempo raccolse più strettamente a se le grandi ali.
Luca invece si spostò all'altro lato della cabina e fissò gli occhi sulla targhetta delle indicazioni sulla portata massima, che aveva già letto mille volte, mentre l'ascensore continuava a salire nel più totale silenzio, poi prese a contemplare gli sportelli chiusi, continuando però a guardarlo con la coda dell'occhio. Quello si ficcò una mano in una tasca della tunica, che non s'era notata fino a quel momento, e sembrò cercare qualcosa. Per un secondo il suo sguardo si fece corrucciato, poi subito si rasserenò. I loro occhi s'incrociarono di nuovo, per un attimo, ma entrambi distolsero velocemente lo sguardo.
A questo punto l'angelo prese a guardare con insistenza l'indicatore della salita, con le sue luci che si accendevano e spegnevano e Luca prese a consultare il suo cellulare con il massimo interesse, senza in realtà nemmeno vederlo. L'ascensore intanto continuava a salire in silenzio, con lievissimi scossoni e qualche raro cigolio.
Dopo un tempo interminabile la cabina si fermò senza nessun preavviso e gli sportelli si spalancarono di colpo. L'angelo borbottò un saluto e si affrettò ad uscire e un secondo dopo gli sportelli si richiusero dietro di lui, lasciando intravedere per un attimo l'azzurro del cielo e qualche nuvola.
L'ascensore riprese a salire e Luca che inconsciamente aveva trattenuto il fiato fino a quel momento, riprese a respirare normalmente.
Dell'angelo non era rimasta assolutamente nessuna traccia tanto che cominciò a pensare di esserselo immaginato. La moquette di plastica dell'ascensore non recava nemmeno l'impronta dei suoi piedi nudi, anche se non si capiva perchè avrebbe dovuto.
L'ascensore intanto continuava a salire, con l'indicatore dei piani che continuava regolarmente a raggiungere il tredicesimo per poi ricominciare dal primo e così via. Continuò a salire per un tempo interminabile. E continuò ancora.
Poi all'improvviso la cabina s'arrestò, con il solito piccolo sobbalzo e la luce sull'indicatore fissa sul numero 3.
Era arrivato? Gli sportelli presero ad aprirsi, lasciando entrare la luce del sole e mostrando un cielo completamente azzurro e vuoto, senza nuvole nè altro.

Diede una veloce occhiata all'esterno, cogliendo molte impressioni in un attimo, mentre un vento leggero e fresco gli scompigliava i capelli. Non oscillava nemmeno, quell'ascensore, anzi era immobile come se fosse poggiato su solida roccia. E invece era sospeso nel nulla più assoluto, ad un altezza tale che la città sotto di lui sembrava una di quelle foto riprese dai satelliti e le persone non erano visibili nemmeno come puntini. Luca si scosse dal suo torpore solo quando vide gli sportelli che accennavano nuovamente a chiudersi, allora si gettò contro di essi per fermarli. Poi si sporse cautamente dall'ingresso aperto, reggendosi bene con l'altro braccio e guardò di nuovo la città e il cielo vuoto cha aveva tutto intorno.
I rumori del traffico erano rimasti molti chilometri più giù e lui assaporò il suono del silenzio. Respirò quell'aria così leggera e pulita, accorgendosi solo così, per confronto, di quanto fosse inquinata quella che aveva avuto attorno tutte le ore del suo giorno. Il cielo era azzurro e pulito e la sua vista spaziava intorno per centinaia di chilometri, mentre il sole scaldava la sua pelle. Non aveva poi così importanza che non ci fosse nessuno ad attenderlo, lì. In fondo non se l'era mai aspettato.
Gli sportelli continuavano ancora a cercare di chiudersi, lui continuava a tenerli aperti. Allora si sedette sul pavimento dell'ascensore, vicino al bordo, lasciando penzolare le gambe nel vuoto. Pochi secondi dopo gli sportelli ripresero a muoversi, ma vennero arrestati dal suo corpo che era proprio in mezzo ad essi.
E così rimasero, stringendolo in un freddo ma rassicurante abbraccio metallico.

Postato dal Dott.Provvisorio      
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