La stanza di carta

Dove si parla di grilli, di marciapiedi sadici, di principesse furbe, di strane coincidenze, di divinità invadenti e tante tante altre storie.
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giovedì, 20 aprile 2006
Racconto bianco

Buongiorno, uomini, donne e marmotte.
E'da molto che non torno da queste parti... sono stato un pessimo padrone di casa, a quanto vedo: la Stanza è un pò ingiallita, e negli angoli vedo persino qualche ragnatela di carta. In compenso però, nella polvere sul pavimento vedo le orme di chi è passato da queste parti...
Grazie a tutti, è bello essere di nuovo quì :)

La Stanza riapre le porte con questo piccolo racconto: un pò malinconico forse, e sicuramente ancora migliorabile. Ma che volete farci... dopo tanto tempo sono un pò arruginito.
E si torna in scena...
DP


A volte andava in luoghi come quello. Non era importante dove si trovassero, purchè fossero molto lontani. Abbastanza da far sembrare quasi strana l'idea che si potesse tornare indietro da essi.
Fuori dalla città, dal lavoro, dall'abitudine. Lontano, finalmente, del teatrino della vita, c'erano ancora luoghi come il prato su cui si trovava ora. Un posto senza nome, perso tra le montagne. Niente di importante attorno se non le bianche nuvole sospese sopra la sua testa.
Era da un pò che le stava osservando, sdraiato lì al suolo: masse morbide e compatte che rotolavano lentamente nel cielo, le forme in eterna metamorfosi.
Le sue belle nuvole bianche giocavano a rincorrersi, lui giocava ad osservarle.
Il vento spinse sulla scena una nuvola con una sagoma inconfondibile: non era una nuvola, era decisamente un nuvolo. E dal modo in cui si avvicinava alla nuvoletta che se ne stava un pò in disparte in un angolo del cielo, si sarebbe detto che aveva pure intenzioni serie. La nuvoletta accennò una leggera fuga poi, titubante, si fermò e ruotò lentamente su se stessa, spinta dal vento d'alta quota. Il "nuvolo" ora le era quasi addosso. Forse, aveva fatto colpo.
Guardò la vallata verde che si stendeva intorno alla piccola collina su cui si trovava. Le montagne che lo circondavano erano quasi troppo belle per essere vere e il silenzio era assordante. I ricordi passavano lenti nella sua testa, erranti come le nuvole nel cielo.
Da bambino aveva una di quelle sfere di plastica trasparenti ripiene di gel che si usano come fermacarte a natale. Dentro la sfera c'era una collinetta imbiancata, con una piccola baita di legno sulla cima ed un boschetto in miniatura sullo sfondo. La baita aveva una minuscola finestra dipinta di giallo, una porticina, ed un camino che spuntava dal tetto innevato. Quando la sfera veniva capovolta si sollevava una piccola bufera di scaglie di plastica bianche, che fluttuando leggere, si posavano pian piano ovunque. Aveva giocato tante volte con la sfera immersa nella tempesta, ma da bambino non sapeva che contenesse un denso gel. Pensava che ci fosse un tipo speciale di tempo, dentro: un tempo lento.
Intanto sopra la sua testa le due nuvole s'erano quasi unite. Un grosso nuvolone cominciò ad avvicinarsi alla coppia, giungendo da lontano. Era bello osservarle. Il loro movimento leggero era quasi ipnotico.
Se un Dio burlone avesse capovolto la vallata in quel momento, pensò, il suo corpo sarebbe caduto sopra le morbide nuvole bianche e allora lui sarebbe rimbalzato dall'una all'altra ridendo forte, di nuovo bambino. Si immaginò mentre correva tra le nuvole e ascoltava le loro storie, perchè lo aveva scoperto da piccolo, che ogni nuvola ha una storia a saperla ascoltare. Era un suo segreto.
Erano passati tanti anni ma lui era ancora steso sugli stessi prati a guardare le nuvole e forse non aveva ancora dimenticato come si fa ad ascoltarle. E ora si chiese quale fosse la storia delle due nuvole che s'erano appena unite e quale quella del nuvolone che incombeva su di loro.
Mosse leggermente il corpo per trovare una posizione più comoda e continuò ad osservare il cielo: il suo piccolo nuvolo, scacciato da quello più grosso, rotolava lontano. Poi il nuvolone ingoiò la nuvoletta timida e le loro masse si fusero morbidamente. Forse lassù si stava alzando il vento, ma intorno a lui l'aria era immobile. Le montagne che aveva tutto attorno lo riparavano.
Cominciava a fare un pò freddo e forse avrebbe dovuto rimettersi la giacca su cui invece era sdraiato, ma non si mosse. Preferì rimanere steso pigramente sul prato a godersi gli ultimi raggi di sole.
Una nuvola riapparve nel suo campo visivo e anche se la sua forma era cambiata, lo riconobbe ugualmente: era il suo nuvolo solitario, che piombò sulle due nuvole di prima in un colossale scontro al rallentatore, infrangendone le masse in piccoli sbuffi bianchi che cominciarono lentamente a disperdersi nel vento. Ben presto il nuvolo fu l'unico padrone del cielo. Un padrone solitario.
Guardò l'orologio che aveva al polso e si alzò, perchè ormai era ora di ripartire. Scrollò la giacca per liberarla da erba e terriccio e senza nemmeno voltarsi cominciò a ridiscendere lentamente la collina, per raggiungere la propria auto e poi il proprio posto nel mondo.
Intanto, dal cielo dietro le sue spalle, cominciò lentamente a cadere una tenue pioggia di gocce leggere, piccole come lacrime.

Postato dal Dott.Provvisorio      
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