Dove si parla di grilli, di marciapiedi sadici, di principesse furbe, di strane coincidenze, di divinità invadenti e tante tante altre storie.
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Ventodipolente
Camminava sul marciapiede lungo una buia strada di periferia, completamente solo.
A volte qualche rara automobile sfrecciava nella notte a poca distanza da lui, illuminando brevemente la scena. Solo allora, la luce di quei fari gli svelava gli ostacoli lungo il cammino, per pochi preziosi secondi nei quali lui cercava freneticamente di memorizzarne la posizione.
Davvero una pessima serata: prima la solita lunga riunione di lavoro in ufficio, poi la sua grossa auto improvvisamente a secco di benzina, il suo cellulare scarico, quella lontana stazione di servizio deserta che aveva dovuto raggiungere a piedi e ora anche quel dannato blackout, che l'aveva colto quando era ancora a metà strada, con la tanica di benzina nella mano. All'improvviso i lampioni e le luci dei palazzi lontani, s'erano spente: restavano solo le stelle ad illuminare la notte, con una fioca luce che in realtà non rivelava nulla.
Da allora lui avanzava così, nel buio, su quel marciapiedi ingombro d'ostacoli: lo spazio era terribilmente ristretto ed a volte la presenza degli alberi che crescevano lì nel mezzo, lo obbligava ad abbandonarlo e percorrere brevi tratti di strada.
Erano quelli gli attimi che odiava di più. La strada cha aveva a fianco, perfettamente liscia, doveva essere stata asfaltata da poco, mentre il marciapiede era vecchio e pieno di buche e rendeva molto faticoso procedere, ma era sicuramente più sicuro. Alla fine però arrivò di fronte al grosso albero: una quercia che occupava l'intero marciapiedi, avvistata già da un pò, grazie alla luce biancastra dei fari dell'ultima vettura.
Tese l'orecchio per ascoltare i rumori della notte ma la strada ora sembrava silenziosa e non si scorgeva nessun'auto, così si spostò sulla sinistra, scendendo dal marciapiede. Fece due rapidi passi sull'asfalto piatto e liscio, tenendo prudentemente la mano destra appoggiata sulla corteccia della quercia e le rughe del tronco presero a solleticargli il palmo, mentre ne seguiva la circonferenza. Poi le sue dita si staccarono dall'albero per un breve momento, mentre faceva un altro passo. Si accostò nuovamente sulla destra cercando con il piede l'orlo del marciapiede: non c'era. Non c'era affatto.
Esitando, fece ancora un altro passo: il bordo del marciapiede contimuava a sfuggirgli.
Forse era giunto ad un incrocio o forse, dopo l'albero, la strada aveva curvato sulla destra e lui non se n'era accorto.
La cosa migliore era tornare indietro, perciò si voltò, fece due lunghi passi e allungò la mano nel buio davanti a sè, in cerca della quercia amica. Che non c'era più.
Sentì i capelli rizzarglisi dietro la nuca, mentre agitava invano il braccio a destra e a sinistra. Una vocina stridula dentro la sua testa, prese a sussurrare una cantilena ossessiva: "La-quercia-non-c'è-più, la-quercià-non-c'è-più, la-quercia-non-c'è-più...". La mise a tacere rabbiosamente, girò di novanta gradi sulla sinistra e tenendo il braccio teso camminò avanti per qualche passo ancora, in cerca del bordo del marciapiede. Che non c'era.
Si accorse solo allora di quanto stringesse a sè la tanica unta, proprio sulla sua giacca costosa, e la scostò rabbiosamente cercando di riflettere.
Il buio ora era assoluto ora e non c'erano più auto in vista, perciò decise di continuare a muoversi. Così, esitando, deviò leggermente a sinistra e cercò ancora e inutilmente il marciapiede. Il terreno che sentiva sotto i piedi era liscio e nuovo, quindi lui era ancora sulla strada... forse proprio nel mezzo! Fece qualche altro passo inutilmente. Strinse a sè la tanica di benzina e per un attimo pensò persino di versarne un pò del contenuto e usarlo per fare luce, ma si rese conto che poi non avrebbe avuto i mezzi per accenderla.
Il marciapiede doveva essere lì a pochi metri, ma dove? Si voltò di nuovo con l'intenzione di raggiungere il punto di prima, ma poi cambiò idea e iniziò a percorrere quella che sperava fosse una traiettoria a spirale. Era difficile capirlo, lì al buio.
Intorno a lui non c'era nulla, tranne la strada liscia che sentiva sotto i piedi: buio per sempre, in ogni direzione.
Lanciò rabbiosamente la tanica lontano da sè, nella notte. La sentì rimbalzare alcune volte mentre cadeva non troppo lontano. Ne udì ancora per un pò il contenuto sciabordare da una parte all'altra e poi fermarsi, come a sfidarlo di essere raggiunta, ma ebbe subito la certezza che pur cercandola non l'avrebbe mai più trovata. La sua camminata intanto divenne più veloce.
Pensò di chiamare aiuto con il cellulare, ma ricordò che era scarico e che comunque non avrebbe avuto chi chiamare, allora gettò rabbiosamente l'inutile apparecchio ai propri piedi e lo schiacciò con la scarpa senza rimorso.
Riprese a camminare, poi irrazionalmente cominciò ad accellerare il passo, le braccia tese di fronte a se, alla ricerca di un ostacolo che non c'era. Possibile che fosse giunto ad un incrocio, senza accorgersene? Sentendo ancora l'asfalto liscio e nuovo sotto i suoi piedi, svoltò a destra senza una vera ragione e camminò a lungo, di nuovo senza incontrare alcun ostacolo.
Si slacciò nervosamente la cravatta di seta e la lasciò cadere dietro di sè, senza fermarsi. Poi si tolse anche la giacca. Il rolex al suo polso era un peso troppo grande e lo rallentava: allora lo slacciò e lo lasciò cadere al suolo dietro di sè, insieme alla giacca.
La camminata divenne una corsa. Correva nel buio, mulinando scompostamente le braccia, un urlo silenzioso nella testa e la pelle bagnata di un sudore freddo. Correva.
Correva incoscentemente nella notte buia, sotto le luci delle stelle lontane, satellite perso nelllo spazio. Corse ancora e poi ancora...
A volte, ridendo, si divertiva a cambiare direzione, voltando ora a destra ora a sinistra senza mai rallentare.
Continuò a correre, incurante di tutto e finalmente libero.
E finalmente il buio lo accolse, lo abbracciò e lo inghiottì. Si riunirono come due amanti da troppo tempo separati.

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